Dopo 20 anni raddoppia stima celiachia: per nuovo studio italiano circa 1 milione di casi

COMUNICATO STAMPA

Non più circa 600mila ma quasi un milione, tante sarebbero le persone che soffrono di celiachia, di cui soltanto 200mila diagnosticate. E quanto emerge da uno studio italiano che per la prima volta registra un aumento della prevalenza della celiachia dall1% della popolazione a quasi il 2%. Ne discutono i massimi esperti internazionali riuniti oggi a Milano, al Convegno Scientifico ‘The future of celiac disease’, in occasione del 40° anniversario dell’Associazione Italiana Celiachia (AIC).

 Dopo 20 anni raddoppia stima celiachia: per nuovo studio italiano circa 1 milione di casi

Lo dimostra una ricerca da poco pubblicata su Clinical Gatroenterology and Hepatology  e condotta su 4.500 bambini di aree metropolitane: colpa forse di cause ambientali ancora non ben individuate. Cresce la necessità di diagnosi tempestive nei sempre più numerosi ‘pazienti camaleonte’, in cui la malattia si presenta con sintomi insoliti: alla luce del nuovo studio in Italia mancherebbero all’appello circa l80% dei celiaci. La diagnosi spesso arriva anche dopo 6 anni dai primi sintomi e favorire il riconoscimento dei casi è una priorità per l’Associazione Italiana Celiachia. Gli esperti propongono test del sangue mirati, per esempio nei reparti di ginecologia, pediatria e medicina interna, per riconoscere la malattia prima che una dieta inadeguata possa portare a conseguenze gravi per la salute. La speranza è arrivare presto anche a una biopsia liquida, già utilizzata in oncologia, in grado di valutare il danno della mucosa intestinale attraverso marcatori molecolari presenti nel sangue.

Milano, venerdì 27 settembre 2019 – La celiachia è in continuo aumento. La stima secondo cui ne soffrirebbe l’1% della popolazione, circa 600.000 persone, dopo 20 anni è purtroppo da rivedere al rialzo: un nuovo studio italiano indica che la prevalenza è in crescita, specialmente in alcune aree metropolitane, e sta sfiorando il 2%. Lo rivelano gli esperti riuniti per l’8° Convegno Annuale ‘The Future of Celiac Disease’ dell’Associazione Italiana Celiachia (AIC): alla base dell’incremento della prevalenza ci sarebbero probabilmente cause ambientali non ancora individuate ma l’aumento dei casi richiama alla necessità di migliorare le diagnosi che tuttora arrivano in media oltre 6 anni dopo i primi sintomi. Così, anche e soprattutto per scovare i ‘pazienti camaleonte’ con sintomi insoliti come afte ricorrenti in bocca, un’orticaria fastidiosa, l’anemia o le irregolarità mestruali, gli esperti propongono test del sangue mirati almeno su pazienti ricoverati in reparti come ginecologia, pediatria, medicina interna per individuare prima possibile i casi che resterebbero sotto silenzio perché si presentano con sintomi sfuggenti. 

“Fino a poco tempo fa ritenevamo che la prevalenza di celiachia fosse in aumento solo per la nostra migliore capacità diagnostica, ora un nuovo studio mostra un incremento sostanziale dei casi – spiega Marco Silano, coordinatore board scientifico AIC e Direttore Unità Operativa Alimentazione, Nutrizione e Salute, dellIstituto Superiore Sanità - La rapidità dell’aumento fa pensare che a causarla siano fattori ambientali: sono al vaglio ipotesi come le infezioni virali, non solo intestinali, o l’uso dell’enzima transglutaminasi nei cibi pronti al consumo, oppure ancora l’uso di antibiotici nella prima infanzia, la quantità di glutine nello svezzamento o un microbioma che favorisca la patologia. Inoltre, l’età media in cui si manifesta la celiachia sta salendo e stanno cambiando anche le modalità cliniche con cui si presenta: i pazienti con segni classici come la diarrea sono pochi, occorre perciò cambiare approccio e cercare i celiaci in tutte quelle categorie di pazienti che per esempio presentano sintomi di osteoporosi, anemia, turbe della fertilità, colon irritabile”.

Alla luce dei nuovi dati, i casi diagnosticati sarebbero appena il 20% contro il 37%  di poco tempo fa. Mancano all’appello molti pazienti che avendo sintomi meno evidenti si trascinano per anni senza una diagnosi corretta: se da un lato nei bambini con sintomi classici la diagnosi può arrivare anche prima di due anni di vita, in molti adulti con segni meno usuali si può aspettare anche più di 6 anni, arrivando in alcuni casi fino a 70 anni di età prima di averla. “È perciò essenziale impegnarci per diffondere consapevolezza sui segni meno scontati della celiachia, fra i pazienti e anche fra pediatri, medici di medicina generale ma soprattutto specialisti come dentisti, ginecologi, ortopedici, ematologi che finora non sono stati in prima linea nel riconoscere l’intolleranza al glutine ma che potranno diventare medici-sentinella per riconoscere i pazienti camaleonte – interviene ancora Silano - L’ideale sarebbe andare attivamente a cercare i pazienti nelle categorie a rischio, per esempio cercando gli anticorpi antitransglutaminasi in tutti i ricoverati in reparti ospedalieri come ostetricia, pediatria, medicina interna o sottoponendo ai test donne con turbe della fertilità o aborti ricorrenti. Dovremmo infine realizzare una sorta di elenco di sintomi, da quelli più classici e tipici a quelli che adesso vediamo correlati con la celiachia, come la tiroidite autoimmune: tutti i pazienti che li manifestassero andrebbero sottoposti agli esami sierologici”. 

La diagnosi precoce di celiachia è una forma indispensabile di prevenzione delle possibili conseguenze della malattia ed è perciò fondamentale: il celiaco inconsapevole che assume glutine si espone infatti in rari casi a complicanze anche gravi e irreversibili. “Il modo di fare diagnosi potrebbe cambiare in futuro: a oggi nell’adulto la biopsia che confermi la celiachia è essenziale per escludere la presenza di altre patologie più gravi, in un prossimo futuro potrebbero bastare esami immunologici sul sangue – prosegue Silano - Ci sono infatti studi interessanti sulla cosiddetta “biopsia liquida”, un esame del sangue che predice la presenza del danno alla mucosa intestinale: viene utilizzato in oncologia, ma potrebbe essere applicato anche alla celiachia”.

In attesa di novità sul fronte della semplificazione delle diagnosi, l’Associazione Italiana Celiachia guarda avanti e contribuisce a disegnare un futuro migliore per i pazienti, in modo da agevolare e rendere meno costosa la dieta senza glutine che in Italia è erogata dallo Stato. “Le Regioni e Province autonome sono impegnate in un importante programma di digitalizzazione dell’assistenza ai celiaci che modernizza, semplifica e rende più economico il trattamento essenziale dei pazienti” dichiara Giuseppe Di Fabio, Presidente AIC. “Un obiettivo unico nazionale da realizzare però a livello locale: da anni sensibilizziamo le amministrazioni, con non poche difficoltà di coordinamento, per portare il bonus digitale a termine in tutta Italia. L’eccellenza della sanità pubblica italiana, diritto universale per tutti i cittadini e bene prezioso, deve essere resa più efficiente e moderna proprio per non rischiare di perderla a causa di sprechi e inefficienze”.

Ufficio stampa

Associazione Italiana Celiachia (AIC)


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