Celiachia e Terapia: dalla dieta senza glutine alle prospettive future

3° Convegno Nazionale AIC – Rete e Celiachia

Roma – 7 novembre 2014

 

Celiachia e Terapia: dalla dieta senza glutine alle prospettive future

 

Una rigorosa e permanente dieta senza glutine è, ad oggi, l’unico trattamento disponibile per la malattia celiaca. Infatti solo l’esclusione totale e per tutta la vita del glutine dalla dieta permette la remissione dei sintomi e segni associati alla malattia celiaca, la normalizzazione dei livelli plasmatici di auto-anticorpi e delle lesioni della mucosa duodenale glutine-dipendenti, ma soprattutto previene le complicanze della malattia celiaca.

Nel corso dei lavori del terzo convegno “Celiachia e terapia” sono stati affrontati tutti gli aspetti che riguardano la dieta senza glutine: dalle recenti novità normative a livello Europeo e nazionale alle ultime acquisizioni scientifiche per rendere la dieta senza glutine, oltre che sicura, anche sostenibile, varia e facilmente accessibile anche fuori di casa.

Si è fatto il punto sullo stato di avanzamento delle ricerche finalizzate a realizzare terapie alternative alla dieta senza glutine, terapie che rendano sicura l’ingestione di glutine da parte degli individui celiaci. Sebbene per nessuna di queste ricerche è prevista l’applicazione pratica su larga scala nella popolazione celiaca entro breve, comunque è importante rappresentare gli sforzi della comunità scientifica in questo senso.

Il 3° Convegno ha rappresentato l’occasione di approfondimento interdisciplinare e di dibattito sullo stato attuale della protezione del soggetto celiaco in Italia, coinvolgendo circa 210 medici, ricercatori e operatori sanitari intervenuti da tutta Italia. L’evento è stato accreditato per 3,5 crediti ECM.

 

 

LE RELAZIONI

PRESENTE E FUTURO DELLA MALATTIA CELIACA

In tema di Regolamento EU 609/2013, il Dottor Scarpa del Ministero Salute, in sostituzione del Dottor Ruocco, ha fatto il punto sul quadro normativo italiano che regolamenta le diciture commerciali sui prodotti senza glutine (per i celiaci). L’esclusione dei prodotti per i celiaci dalla categoria degli alimenti dietetici non comporterà una riduzione della tutela della salute per questa fascia della popolazione italiana, grazie alla volontà del Ministero della Salute di mantenere, alta il livello di attenzione.

Un quadro di aggiornamento e attualità è stato fornito dalla relazione del Professor Stefano Guandalini (Celiac Disease Center - Section of Pediatric Gastroenterology - University of Chicago - USA) che ha presentato lo stato dell’arte delle più attuali conoscenze scientifiche sulla malattia celiaca,. La frequenza globale della malattia celiaca è in aumento in tutto il mondo, e si registra un aumento della sintomatologia atipica (extraintestinale) rispetto a quella prettamente intestinale per la malattia celiaca. Riguardo al trattamento (dieta senza glutine), dagli studi clinici emerge una sempre maggiore importanza a trattare anche quelle forme meno sintomatologiche di celiachia (celiachia silente e potenziale). Le linee guida Espghan (Associazione Europea Pediatrica di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione) per la diagnosi di celiachia senza biopsia intestinale in bambini e adolescenti con chiari sintomi intestinali e titoli anticorpali molto elevati è sempre più all’attenzione dei clinici europei; si pone però l’accento sulla possibilità che evitare la biopsia gastroduodenale in questi soggetti potrebbe far perdere al medico la possibilità di diagnosticare altre patologie concomitanti tra cui l’infezione da Helicobacter Pylori. Una questione aperta rimane il trattamento aggiuntivo alla dieta senza glutine per quei pazienti celiaci non o poco responsivi alla dieta (celiachia refrattaria) allo scopo di prevenire le complicanze anche gravi che ne potrebbero scaturire. Riguardo alle terapie alternative o da affiancarsi alla dieta senza glutine, secondo un recente sondaggio tra la popolazione celiaca in USA sembra che le maggiori attese e il principale interesse dei pazienti sia verso il vaccino (farmaco che nelle intenzioni ha lo scopo di modulare la risposta immunitaria del paziente verso il glutine in modo da spegnerla o attenuarla), seguito dalle molecole che regolano la permeabilità intestinale al glutine (Larazotide) e dagli enzimi che digeriscono il glutine in modo che questo non sia riconosciuto dalle cellule immunitarie del paziente. Poco o nessun interesse per le tecnologie del grano e dei cereali che dovrebbero portare a varianti modificate o che comunque non contengano le componenti tossiche del glutine.

Il Professor Corazza di Pavia ha invece descritto la situazione relativa alla ricerca medico-scientifica sulla Sensibilità al Glutine Non-Celiaca. Si tratta di un quadro sintomatologico molto vario e complesso che ancora non gode di una diagnosi diretta certa perché non sono stati identificati marcatori biologici specifici, come invece è stato fatto per la celiachia. La presunta percentuale di frequenza del 6% nella popolazione americana riportata da un recente studio del Professor Fasano non è approvata dalla comunità scientifica perché calcolata non sulla popolazione generale (come ad esempio è stato fatto per l’1% di frequenza della celiachia) bensì su un gruppo di pazienti con sintomatologia gastrointestinale afferente al centro diagnosi terziario. Inoltre, una incognita molto importante è rappresentata dall’agente che effettivamente scatena questo quadro clinico (intestinale e extra-intestinale) in tali soggetti: esclusa la malattia celiaca e allergie al glutine o altri tipi di allergie e intolleranze alimentari, sembrerebbe che i soggetti in esame possano essere sensibili sia al glutine che ad una classe molto ampia di molecole che si trovano quasi in tutti gli alimenti, i FODMAP (mono, di-, oligo-saccaridi e polioli fermentabili). È necessario quindi individuare per prima cosa il vero agente eziologico, e per questo si stanno producendo alcuni studi in doppio cieco, tra cui uno studio in essere presso il centro di Pavia con la collaborazione anche del Professor Umberto Volta di Bologna. Nel caso il glutine dovesse risultare la molecola scatenante in tali individui, è importante sottolineare che il glutine rappresenta una molecola complessa e difficile da gestire per l’organismo umano in generale, e che ci sono sicuramente soggetti in cui tale gestione è ancora più difficoltosa. Quindi una possibile strada che i ricercatori perseguono è quella di verificare la sensibilità viscerale al glutine nei soggetti sintomatici rispetto alla popolazione generale.

A completare il discorso sulla Sensibilità al Glutine Non-Celiaca, la relazione del Professor Umberto Volta di Bologna che ha presentato i dati dello studio osservazionale multicentrico promosso dal Comitato Laico-Scientifico AIC sulla Gluten Sensitivity e coordinato dal Professor Volta e dal Professor Corazza. Dallo studio emerge che la sintomatologia afferente al presunto quadro di Sensibilità al Glutine Non-Celiaca sia più frequente nelle donne che nei maschi (5.5:1), con un rapporto fra Sensibilità al Glutine e diagnosi di celiachia di 1.15 a 1. Lo studio di AIC è stato pubblicato su BMC Medicine. Lo studio è durato circa un anno e hanno partecipato circa 40 centri per la diagnosi, gli ambulatori e gli ospedali in diverse regioni italiane, con una casistica complessiva di 490 pazienti. Si tratta di un lavoro che sicuramente getta le premesse per ricerche cliniche e biologiche sul campione di soggetti individuati.

Un quadro generale sulle complicanze della malattia celiaca è stato formulato dalla Professoressa Bardella di Milano. Le complicanze della celiachia, intese come quelle condizioni cliniche, neoplastiche o non neoplastiche, che peggiorano la prognosi della malattia e ne aumentano la mortalità, hanno assunto negli anni recenti una discreta rilevanza, vista la prevalenza elevata della malattia celiaca (1 ogni 100 soggetti) e il sempre maggior numero di diagnosi in età adulta o anziana. La mortalità dei celiaci diagnosticati e trattati in età pediatrica è infatti sovrapponibile a quella della popolazione generale mentre risulta quasi raddoppiata se la diagnosi è posta più tardivamente.

Tra le complicanze non neoplastiche ricordiamo l’osteoporosi che, aumentando il rischio di fratture ossee, peggiora la qualità di vita e di salute del paziente celiaco anziano. Interessante è evidenziare come tale complicanza, un tempo ritenuta conseguenza del malassorbimento di calcio e vitamina D, venga oggi imputata non solo a questo ma anche a fattori immunologici, infiammatori e genetici che potrebbero rivelarsi importanti per future opzioni terapeutiche. Molti Autori annoverano tra le complicanze anche le malattie autoimmuni associate (soprattutto diabete di tipo 1 e patologie autoimmuni tiroidee od epatiche); in realtà dai dati della letteratura non emerge un ruolo fondamentale del glutine nell’insorgenza e nel decorso di tali patologie che potrebbero essere semplicemente dovute a un comune assetto genetico predisponente appunto all’autoimmunità.

Sicuramente più impegnative dal punto di vista clinico prognostico sono la celiachia refrattaria di tipo I e II, la digiuno ileite ulcerativa e il linfoma intestinale, ormai considerate tappe diverse di un medesimo processo evolutivo a partenza dai T linfociti intraepiteliali. Dal punto di vista clinico è importante ricordare che queste complicanze possono comparire in qualunque momento della storia clinica del celiaco (gli unici fattori di rischio al momento risultano essere la prolungata esposizione al glutine e l’età) e che possono essere il quadro d’esordio di una celiachia non ancora diagnosticata. L’iter diagnostico del celiaco con sospetta complicanza prevede una rivalutazione attenta del paziente a partire da un controllo della dieta senza glutine, una revisione della presunta diagnosi di celiachia, un controllo dell’istologia duodenale con studio dei linfociti intraepiteliali (clonalità e riarrangiamento TCR-γ), indagini di imaging, capsula endoscopica ed eventuale enteroscopia con doppio pallone. La terapia del linfoma intestinale è ancora poco codificata e soprattutto poco efficace e la sopravvivenza a 5 anni assai limitata. Sicuramente il rischio di linfoma risulta aumentato nei celiaci e rimane la complicanza più temibile ma attenzione va posta anche per l’adenocarcinoma del tenue, tumore raro ma anch’esso con rischio aumentato nei celiaci. Poiché per fortuna queste complicanze non sono frequenti, sarebbero opportuni studi su casistiche più ampie e con parametri più uniformi, condotti in centri specialistici e dedicati.

ADESIONE ALLA DIETA PRIVA DI GLUTINE

Lo studio svolto dall’Osservatorio AIC sulla qualità della vita delle persone celiache nel 2011 e poi replicato nel 2013, presentato dalla Dottoressa Nehuold e dalla Dottoressa Molinari di AIC ha avuto la finalità di indagare il grado di adesione alla dieta senza glutine dei celiaci italiani, approfondendo quei fattori sociali, sanitari ed economici che possono influire su una maggiore o minore aderenza alla terapia. Il lavoro è il frutto di un questionario somministrato online a cui hanno risposto 3.001 persone nel 2011 e 2.853 persone nel 2013. Le 80 domande spaziavano dall’associazionismo alle forme di alimentazione adottate durante la giornata, fino al cuore della rilevazione: l’adesione alla dieta e le sue trasgressioni, le motivazioni, le emozioni legate a questo tema, le persone a cui si confessa l’eventuale trasgressione. Il risultato nel 2013 è stato molto chiaro: per il 57% trasgredire significa mangiare cibi che certamente contengono glutine, mentre un ulteriore 35% considera la trasgressione legata al rischio di contaminazione e infine soltanto per l’8% la trasgressione si sostanzia nella mancata attenzione a ciò che si ingerisce. Rispetto alla rilevazione del 2011, dove questi valori corrispondevano rispettivamente al 36%, 36% e 28%, emerge una distinzione più netta che potrebbe essere letta come un maggior livello di consapevolezza e conoscenza da parte del celiaco in merito ai rischi che incorre nell’ingerire glutine, con possibili ricadute positive sulla presa di coscienza sulle proprie abitudini alimentari e quindi sul pericolo di adottare comportamenti a rischio, soprattutto se inconsapevoli. Un altro dato interessante riguarda la reticenza a informare il curante: coloro che dichiarano al medico la propria trasgressione sono il 3%, e anche il coinvolgimento dei parenti resta sostanzialmente basso (23%). I valori di trasgressione restano costanti: circa il 14% dei celiaci dichiara una trasgressione nell’ultimo mese. Dalla lettura congiunta di questo dato e di quelli sulla “tentazione alla trasgressione”, emerge una “zona grigia”: posto che il 14% ha dichiarato di aver trasgredito una volta nell’ultimo mese, mentre il 47% dichiara di pensarci ogni tanto, possiamo ipotizzare che esista un 33% di persone che “resistono alla tentazione”. Indagare questa zona grigia è particolarmente interessante perché potrebbe permetterci di capire cosa motiva il celiaco all’aderenza alla dieta e quindi aiutarci a individuare proprio dentro alla comunità dei pazienti quegli strumenti da mettere a disposizione di chi, invece, trasgredisce volontariamente più o meno abitualmente.

La posizione ufficiale di AIC su rischio e livelli di contaminazione di glutine negli alimenti è è stato presentato dalla Professoressa Guariso di Padova, membro del Comitato Scientifico. La contaminazione con glutine di cibi che ne sono apparentemente privi è elemento cruciale della dieta del celiaco. La non esatta conoscenza del problema può portare ad insicurezza, a falsi allarmismi da un lato e dall’altro a superficialità nell’affrontare la dieta “gluten free”, che diventa uno stile di vita permanente per la persona celiaca. Si definisce contaminazione (accidentale) l’aggiunta involontaria di sostanze al prodotto alimentare, causata da eventi accidentali o non voluti. Le contaminazioni si possono avere in presenza di tracce della sostanza nel prodotto, in quantità minima (ppm = parti per milione). Esse si distinguono in:

  • contaminazioni crociate: dovute agli “incroci” del prodotto senza glutine con quello con glutine lungo il processo dalle materie prime alla consegna  al consumatore;
  • contaminazioni ambientali: dovute a non corretti comportamenti da parte delle persone o a condizioni ambientali non sotto controllo.

Grazie alle evidenze scientifiche disponibili il Codex Alimentarius ha sancito che un prodotto alimentare, per essere definito “senza glutine” adatto ai celiaci, deve contenere meno di 20 mg/Kg (20 ppm) di glutine. Per tale motivo, per parlare di contaminazioni si deve considerare una concentrazione di glutine superiore a 20 mg/Kg.

L’utilizzo di prodotti a contenuto di glutine <20 ppm garantisce il celiaco, anche per consumi giornalieri quantitativamente elevati di tali prodotti, come succede in Italia dove è comune la dieta mediterranea a base di carboidrati. Per tali motivi e per ottimizzare l’adeguatezza nutrizionale nell’alimentazione, viene raccomandato un regime dietetico variato che includa prodotti naturalmente privi di glutine quali riso, mais, grano saraceno, soia, miglio, verdure, frutta, legumi, latte e derivati, uova, carne e pesce.

AIC, per garantire la sicurezza alimentare per il celiaco e per ridurre il rischio di contaminazione negli alimenti in commercio, mette in atto azioni di informazione e diffusione della cultura della dieta senza glutine tra gli operatori e i produttori nel mercato alimentare, e tra gli operatori nel campo della ristorazione.

LE TERAPIE ALTERNATIVE ALLA DIETA SENZA GLUTINE

Il Professor Volta di Bologna e il Professor Troncone di Napoli, membri del Comitato Scientifico AIC, hanno effettuato un esame critico dell’attuale ricerca scientifica sulle possibili terapie alternative alla dieta senza glutine. Il miglioramento della conoscenza della patogenesi della celiachia ha portato allo sviluppo di ricerche che nell’intenzione mirano a identificare un’alternativa terapeutica alla dieta aglutinata. Le ricerche sui nuovi approcci terapeutici si basano

1)      da un lato sulla riduzione del carico di glutine tossico a livello intestinale

2)      dall’altro su interventi di modulazione della risposta immunitaria indotta dal glutine nei pazienti celiaci

Fra i vari tentativi in corso per ridurre il carico di glutine tossico si ricordano:

a)     lo sviluppo di una molecola (larazotide acetato) in grado di bloccare selettivamente il passaggio del glutine attraverso la mucosa intestinale. Uno studio clinico ha dimostrato che i sintomi e i titoli di anticorpi antitransglutaminasi erano significativamente ridotti nel gruppo che assumeva larazotide rispetto al gruppo placebo, dove nessuno dei due gruppi comunque assumeva glutine deliberatamente.

b)     la messa a punto di un preparato a base di prolil-endopeptidasi batteriche (ALV003) in grado di digerire il glutine in piccoli frammenti  eliminandone la tossicità. Uno studio clinico ha dimostrato che ALV003 è in grado di attenuare il danno intestinale che ricompare invece con il placebo

c)     il pretrattamento delle farine di grano mediante lactobacilli aggiunti al lievito che sarebbero in grado di indurre la distruzione dei peptidi di glutine riducendo così la tossicità del grano

Fra i tentativi di modulazione della risposta immunitaria indotta dal glutine nei pazienti celiaci vanno ricordati:

a)     l’impiego degli inibitori della transglutaminasi allo scopo di bloccare la tipica modificazione che interviene a livello intestinale sul glutine e che innesca la cascata di eventi  responsabili del danno mucosale

b)     il blocco della presentazione dei frammenti di glutine ai linfociti intestinali da parte delle molecole HLA-DQ2, attraverso l’uso di proteine ad elevata affinità per le molecole DQ2 che occuperebbero il posto destinato ai frammenti di glutine, impedendo quindi la risposta immunitaria

c)     la messa a punto di un vaccino che sia in grado (in parole molto semplici) di desensibilizzare il celiaco nei confronti del glutine

d)     la modulazione dell’attività delle molecole infiammatorie (citochine), proposta per i casi di celiachia complicata

Questi ed altri approcci terapeutici sono attualmente in fase di studio con trilas clinici o sono ancora in fase preclinica, ma nessun farmaco alternativo alla dieta è disponibile al momento. Lo scopo di tutte queste ricerche è naturalmente la protezione dal danno intestinale verificata mediante analisi istologica, ma anche qui restano da definire molte variabili: durata della somministrazione di glutine, quantità di glutine somministrata, indici di danno intestinale, percentuale di protezione da raggiungere perché si possa parlare di successo. Naturalmente ciò dipende anche dall’obiettivo che si intende raggiungere: assenza di danno istologico a livello della mucosa intestinale dopo liberalizzazione della dieta, o anche solo protezione nei confronti di possibili contaminazioni? In quest’ultimo caso, il trattamento non si sostituirebbe, ma complementerebbe la dieta senza glutine. Al momento, la dieta aglutinata rimane l’unica terapia sicura e priva di effetti collaterali per ottenere un buon compenso della celiachia.

I RISULTATI DEGLI STUDI FINANZIATI DA FC NEL TRIENNIO 2010-2012

Infine, il convegno si è chiuso con una sessione dedicata ai risultati delle ricerche finanziate da Fondazione Celiachia nel triennio 2010-2012. Si tratta di tre grandi programmi di ricerca:

1)      Malattia Celiaca Complicata, Coordinatore Prof G.R. Corazza di Pavia

2)      Malattia Celiaca Pediatrica e Divezzamento (epoca di introduzione del glutine), Coordinatore Prof C. Catassi di Ancona

3)      Fattori Genetici e Ambientali Nella Malattia Celiaca Pediatrica, Coordinatore Prof L. Greco di Napoli

Fino ad oggi (novembre 2014), da questi tre programmi di ricerca sono scaturite 19 pubblicazioni internazionali in cui FC è ente finanziatore o cofinanziatore. Il primo programma di ricerca è stato volto a definire la storia naturale clinica e l’epidemiologia dei soggetti adulti con complicanze associate alla malattia celiaca, mentre gli altri due programmi hanno valutato i fattori ambientali e genetici di prevenzione della malattia celiaca nei bambini a rischio (parenti di primo grado con celiachia e predisposizione genetica).

Malattia Celiaca Complicata

Epidemiologia. La malattia celiaca (MC) è un’enteropatia cronica ben nota per essere caratterizzata da un’elevata mortalità. È altrettanto ben noto che tale mortalità è dovuta alle complicanze stesse della MC, quali la MC refrattaria, il linfoma intestinale e il carcinoma del tenue. Un recente studio Italiano ha calcolato l’incidenza delle complicanze della MC nei pazienti celiaci diagnosticati direttamente in 4 centri di riferimento nel periodo compreso tra il 1999 e il 2011. In questo periodo di tempo sono stati diagnosticati 1840 pazienti celiaci adulti. Dato che 14 di questi pazienti hanno sviluppato delle complicanze e che 5 di questi sono morti, nell’ottobre 2011 la prevalenza delle complicanze della MC era di 0.49% e l’incidenza annuale è stata dello 0.2%. Questo studio ha poi dimostrato che sebbene le complicanze tendano ad insorgere subito dopo la diagnosi di MC, possono però insorgere anche dopo molti anni dalla diagnosi. Infine il rischio di complicanze è strettamente legato all’età alla diagnosi di MC.

Storia naturale delle complicanze della malattia celiaca. La storia naturale delle complicanze della MC è caratterizzata da due diversi tipi di decorso clinico. Pazienti con una nuova diagnosi di MC che non rispondono alla dieta aglutinata (tipo A) e pazienti che erano già stati trovati essere affetti da MC, in cui la dieta aglutinata aveva sì risolto il quadro ma in cui, nonostante la dieta sia stata mantenuta rigorosamente, i sintomi di malassorbimento erano poi ricomparsi (tipo B). Prevalenza e prognosi di queste due forme di MC complicata sono state l’oggetto di un recente studio. È emerso che due terzi dei pazienti con MC complicata presentano una forma di tipo A e che la prognosi di questi pazienti è significativamente peggiore rispetto ai pazienti con forma di tipo B (50% vs 75%). Questo studio conferma che la MC complicata è una condizione estremamente seria caratterizzata da un’elevata mortalità e mostra come la sopravvivenza dipenda dal tipo clinico di MC.

Malattia Celiaca Pediatrica e Divezzamento (epoca di introduzione del glutine)

Premesse. Il rapporto tra il rischio di malattia celiaca (MC) e l'età in cui il glutine è introdotto nella dieta di un bambino è controverso. Scopo del presente studio è stato di valutare il ruolo dell’epoca di introduzione del glutine sul rischio di MC paragonando l’introduzione precoce verso l’introduzione tardiva e, in secondo luogo, valutare l’interazione tra variabili genetiche e variabili ambientali nello sviluppo della malattia.

Metodi. Sono stati considerati 832 neonati che avevano un parente di primo grado con MC, producendo due gruppi si studio: gruppo A - introduzione del glutine a 6 mesi; gruppo B - introduzione del glutine a 12 mesi. Il genotipo HLA è stato determinato a 15 mesi di età e lo screening sierologico per la MC a 15, 24 e 36 mesi e a 5, 8 e 10 anni. I pazienti con i risultati sierologici positivi sono stati sottoposti alla biopsia intestinale.

Conclusioni. L'introduzione ritardata del glutine (a 12 mesi) e l’allattamento materno non modificano il rischio di MC tra i neonati a rischio familiare di MC; la ritardata introduzione del glutine (a 12 mesi) è però associata ad un ritardo nello sviluppo della malattia. Il genotipo HLA ad alto rischio è un importante predittore di malattia.

Fattori Genetici e Ambientali Nella Malattia Celiaca Pediatrica

Il progetto di ricerca, che ha avuto come tema fondamentale la prevenzione della celiachia, si è articolato in 4 linee di ricerca:

1.         Prevenzione della celiachia in bambini a rischio

2.         Rischio genetico: identificazione dei geni che predispongono alla celiachia

3.         Espressione di geni identificati da studi di associazione

4.         Immunoregolazione: analisi della reattività al glutine di linfociti del sangue periferico e linfociti ottenuti dalla mucosa di soggetti arruolati nello studio

Nel primo punto si è voluto indagare l’impatto dei fattori genetici ed ambientali sullo sviluppo della celiachia, e la possibilità di indurre tolleranza mediante somministrazione di una micro dose di glutine in soggetti geneticamente predisposti. L’incidenza di celiachia nei bambini arruolati nel programma a 24 mesi è stata di circa il 6,5%, come atteso da precedenti studi. Tra i fattori predisponenti è stata confermata l’associazione con le molecole HLA ad alto rischio, e con l’alto titolo di anticorpi anti transglutaminasi, inoltre anche la presenza del padre affetto è risultata essere associata più frequentemente allo sviluppo della celiachia.

Nel secondo studio, è stata effettuata una valutazione individuale del rischio attraverso la analisi dei geni più comunemente associati alla celiachia, denominati geni candidati. Sono stati individuati 3 geni (RGS1, REL ed LPP) che hanno permesso di elaborare un algoritmo di previsione del rischio. Nonostante l’HLA spieghi il 40% della trasmissione ereditaria e gli altri 40 geni associati alla celiachia contribuiscano solo per un ulteriore 6%, complessivamente, si è riusciti a migliorare la capacità predittiva del rischio basata sull’HLA di circa il 30%. Questo risultato è unico per tutte le malattie autoimmuni multifattoriali analoghe alla celiachia.

La terza linea di ricerca si è soffermata sull’analisi dell’espressione genica in biopsie di mucosa duodenale, e in monociti di sangue periferico di celiaci attivi, in remissione e di controlli sani. Da questo studio è stato evidenziato un gruppo di geni candidati dal cui profilo di espressione è possibile discriminare la presenza di malattia celiaca, già a livello del sangue periferico. In base ai risultati ottenuti, gli Autori hanno costruito un modello in cui l'espressione combinata di 4 geni permette di discriminare tra pazienti celiaci, pazienti a dieta senza glutine, controlli sani e di altre patologie infiammatorie. I risultati contribuiscono alla comprensione delle complesse interazioni tra geni associati alla malattia celiaca, e possono rappresentare un punto di partenza per lo sviluppo di una diagnosi molecolare della celiachia.

Infine, nell’ultimo punto si è valutata la reattività verso il glutine, sia in termini di produzione di citochine infiammatorie che di citochine regolatorie o soppressorie in pazienti celiaci, celiaci potenziali e controlli sani a diversi tempi e precocemente rispetto all’eventuale sviluppo della malattia. I risultati ottenuti indicano che la presenza della sierologia positiva, anche se in assenza di alterazioni della mucosa intestinale, è accompagnata da una risposta immune al glutine a livello intestinale.

 

ATTI CONGRESSUALI

Di seguito, il link al Libro degli Abstract e alle slides dei Relatori (coperte da copyright che rimane di proprietà del relatore)

Libro degli Abstract

 

SESSIONE “PRESENTE E FUTURO DELLA MALATTIA CELIACA”

Nuove frontiere della celiachia: S. Guandalini

Studio AIC/FC sulla Non Celiac Gluten Senstivity: U. Volta

Vecchie e nuove complicanze della malattia celiaca: M.T. Bardella

SESSIONE “COMPLIANCE ALLA GLUTEN-FREE DIET”

GFD e lo studio dell’osservatorio AIC sulla Compliance alla GFD in Italia: S. Nehuold

Contaminazioni e posizione ufficiale AIC: G. Guariso

SESSIONE “LE TERAPIE ALTERNATIVE ALLA DIETA SENZA GLUTINE”

Prospettive terapeutiche future: utopia o valida alternativa alla dieta? U. Volta

Come valutare l’efficacia di una terapia alternativa alla dieta senza glutine: R. Troncone

Prevenzione della celiachia: identificazione dei fattori di rischio: L. Greco - M. Galatola

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