Comunicato Stampa: importante studio finanziato da Fondazione Celiachia

Introdurre il glutine a 12 mesi aiuta a prevenire la celiachia nei bambini ad alto rischio, geneticamente predisposti a non tollerare il glutine mentre per gli altri il momento per introdurre il glutine nella pappa non influisce sul rischio di ammalarsi: lo dimostra per la prima volta al mondo uno studio italiano sostenuto dalla Fondazione Celiachia dell'Associazione Italiana Celiachia (AIC), appena pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine, che rivela anche come l'allattamento artificiale non aumenti la probabilità di diventare celiaci.

CELIACHIA, STUDIO TRANQUILLIZZA MAMME: MOMENTO “GIUSTO” PER GLUTINE CONTA SOLO PER BEBE’ A  RISCHIO. “SCAGIONATO” ANCHE LATTE ARTIFICIALE

I dati rivelano che la predisposizione genetica è il fattore principale per la celiachia: i bambini con due copie del gene HLA-DQ2 hanno il doppio della probabilità di sviluppare l'intolleranza rispetto a quelli che non le possiedono. L'80 % dei casi si manifesta inoltre entro i primi tre anni di vita: con un semplice esame del sangue alla nascita sarebbe perciò possibile individuare i bimbi a rischio per intervenire con strategie di prevenzione e screening mirati, così da ridurre la probabilità di celiachia e diagnosticarla tempestivamente.

ROMA, MERCOLEDI’ 1 OTTOBRE 2014 – Quando far assaggiare per la prima volta la pastina o un biscottino al bebè? Una domanda che moltissime mamme si fanno, soprattutto se in famiglia ci sono casi di celiachia: in passato infatti è stato ipotizzato che il glutine vada introdotto nell'alimentazione fra i 4 e i 6 mesi per non aumentare il rischio di sviluppare l'intolleranza. Oggi per la prima volta al mondo uno studio italiano, appena pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine, tranquillizza le neomamme dimostrando che non è necessario aspettare troppo né sperimentare cibi con glutine molto presto: nei bambini senza una predisposizione genetica forte alla celiachia, il momento in cui il glutine entra nella pappa non influisce sulla probabilità di ammalarsi; nei piccoli ad alto rischio, invece, “conoscere” il glutine non prima dei dodici mesi aiuta a ridurre il pericolo di celiachia. No all'ansia, inoltre, anche per le donne che non riescono ad allattare al seno: l'allattamento artificiale infatti non influenza in alcun modo la possibilità di diventare celiaci. I dati arrivano da una ricerca della Società Italiana di Gastroenterologia (SIGENP) coordinata da Carlo Catassi dell'Università Politecnica delle Marche e Alessio Fasano del Center for Celiac Research and Treatment del Massachusetts General Hospital for Children, sostenuta dalla Fondazione Celiachia e finanziata grazie ai fondi del 5 per mille dell'Associazione Italiana Celiachia, secondo la quale il fattore che più incide sulla comparsa dell'intolleranza al glutine è la genetica: i bambini con due copie del gene HLA-DQ-2 hanno una probabilità di ammalarsi doppia rispetto a chi non lo possiede, inoltre nell'80% dei casi è emerso che la celiachia si manifesta entro i primi tre anni di vita. Con una semplice analisi del sangue alla nascita sarebbe perciò possibile individuare chi è ad alto rischio e quindi provare a mettere in atto strategie per prevenire la celiachia, ad esempio ritardando l'introduzione del glutine. I bambini ad alto rischio, inoltre, sono anche quelli in cui avrebbe un senso lo screening per la celiachia a 5-6 anni, al momento dell'ingresso nella scuola primaria: a questa età infatti l'intolleranza è ormai comparsa nella totalità dei piccoli pazienti e riconoscendola subito si potrebbero evitare le conseguenze negative sullo sviluppo.

La celiachia nel nostro Paese colpisce una persona su cento per un totale di circa 600.000 casi, di cui però solo 150.000 diagnosticati, e ogni anno vengono effettuate 10.000 nuove diagnosi, con un incremento annuo di circa il 10%: sono perciò sempre più numerose le famiglie in cui c'è almeno un celiaco e anche le mamme preoccupate di introdurre il glutine nello svezzamento “al momento giusto”, per ridurre il più possibile il pericolo che il bimbo diventi celiaco. Per verificare se realmente il momento della prima introduzione del glutine abbia un effetto sulla successiva probabilità di ammalarsi, Carlo Catassi e Alessio Fasano hanno seguito oltre 700 bambini in 20 centri di tutta Italia: un gruppo di piccoli ha ricevuto la prima pappa con il glutine a sei mesi, l'altro a dodici mesi.” Tutti sono stati analizzati per la presenza dei geni che predispongono alla celiachia e sono stati seguiti poi per dieci anni, così da registrare i nuovi casi e capire se vi fosse una correlazione fra la comparsa della malattia e la tipologia di svezzamento e allattamento. I risultati mostrano che il momento di introduzione del glutine non fa alcuna differenza sulla successiva probabilità di sviluppare la celiachia, né abbiamo osservato un effetto protettivo da parte dell'allattamento al seno – spiega Carlo Catassi, docente di pediatria all'Università Politecnica delle Marche e presidente della Società Italiana di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica – Possiamo perciò tranquillizzare le mamme: chi non riesce ad allattare al seno non deve sentirsi in colpa, inoltre quando si affronta lo svezzamento non serve aspettare un momento preciso per dare prodotti con il glutine. Nei bambini ad alto rischio, però, un'introduzione tardiva attorno all'anno di età riduce sensibilmente il pericolo di celiachia. Perciò sarebbe molto utile riuscire a individuare precocemente questi piccoli”. "Questi risultati sono molto importanti perché rassicurano le donne celiache, che spesso affrontano con apprensione il loro progetto di maternità, per il timore di "trasmettere" loro l'intolleranza – commenta Elisabetta Tosi, Presidente AIC  - I dati ci dicono che le mamme celiache possono vivere i primi mesi del loro bimbo senza angustiarsi se non possono allattare al seno e senza modificare il programma per lo svezzamento. Piuttosto, i risultati sottolineano una volta di più come sia possibile e doveroso puntare alla diagnosi precoce, che proprio le mamme celiache sanno quanto sia essenziale per iniziare il percorso verso il benessere: a differenza delle altre malattie, in cui la diagnosi significa iniziare terapie e trattamenti, scoprire la celiachia significa cominciare da subito a stare meglio e recuperare perfino gli eventuali danni instaurati sulla parete intestinale". La diagnosi precoce è infatti possibile, oggi: stando ai dati raccolti, il principale fattore di rischio per la celiachia è risultata la presenza di un gene, HLA-DQ2. I bimbi che ne hanno due copie hanno il 38% di probabilità di essere celiaci contro il 19% dei piccoli che non ne sono portatori. “Rilevare la presenza del gene è relativamente semplice, basta un esame del sangue – osserva Catassi – L'ideale sarebbe sottoporre i neonati a un test per il gene, così da identificare i piccoli ad alto rischio per mettere in atto strategie di prevenzione come l'introduzione tardiva del glutine; questi bambini, inoltre, sarebbero i candidati adatti per uno screening successivo, al momento dell'ingresso nella scuola primaria, per la vera e propria diagnosi di celiachia. L'80% dei casi di intolleranza nei bimbi ad alto rischio si manifesta entro i tre anni, la quasi totalità entro cinque-sei: sapere chi è predisposto geneticamente e farne un “sorvegliato speciale”, se non si riesce a scongiurare la comparsa della patologia, significa almeno diagnosticare il problema molto presto, quando non si sono avuti effetti negativi sullo sviluppo. Una celiachia infantile non riconosciuta, infatti, può comportare problemi di malassorbimento dei nutrienti e ciò, in un periodo in cui la crescita è molto rapida, può provocare deficit di accrescimento consistenti”. "I risultati ottenuti con lo studio appena pubblicato sono fondamentali per i celiaci e le loro famiglie, ma sono anche il risultato tangibile del lavoro della Fondazione Celiachia, nata nel 2004 proprio per sostenere la ricerca scientifica – riprende la presidente  Tosi - Lo studio è stato infatti finanziato con le donazioni del 5 per mille di oltre 60 mila contribuenti, che hanno deciso tutti di indicare l'Associazione come destinataria di quota parte delle loro imposte. Si tratta di una prova tangibile della fiducia che i pazienti ripongono in noi e siamo molto felici di vedere raggiunti i primi, importanti obiettivi grazie al loro sostegno e all'impegno dei ricercatori".

 

 Ufficio stampa

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Gino Di Mare                                             Alessandra Cannone Di Mare

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