Pubblicazioni scientifiche di rilievo - luglio e agosto 2017

1.    Dig Dis Sci. 2017 

IL FARMACO LATIGLUTENASE RIDUCE I SINTOMI NEI CELIACI A DIETA IN CUI PERSISTONO ANTICORPI POSITIVI
Syage JA, Murray JA, Green PHR, Khosla C.

Le prolilendopeptidasi sono enzimi di derivazione batterica e/o fungina in grado di degradare il glutine. L’assunzione ai pasti di tali enzimi in formula concentrata è una strategia terapeutica attualmente al vaglio di varie sperimentazioni.
Pubblicati altri dati di una ricerca clinica in fase II sul farmaco Latiglutenase (in precedenza chiamato ALV003), una combinazione di due prolilendopeptidasi diverse. La ricerca primaria era stata già precedentemente riportata su queste pagine.
I ricercatori hanno ora effettuato quella che si chiama post-hoc analysis (analisi statistiche non inizialmente contemplate nel protocollo di ricerca) valutando se il farmaco poteva essere utile nel ridurre i sintomi nei soggetti che presentavano positività degli anticorpi antitransglutaminasi dopo un anno dalla diagnosi.
Per i pazienti persistentemente sintomatici nonostante la dieta, è risultato dalle analisi che i sintomi riferiti (dolore addominale e gonfiore) si riducevano significativamente in quanto a frequenza e severità quando il Latiglutenase veniva assunto rispetto al placebo. La riduzione della severità dei disturbi è risultata maggiore in coloro che avevano sintomi più severi prima dell’avvio dello studio.
Ad ogni modo, a limitare la validità dei risultati bisogna considerare che non è stato possibile stabilire se l’avvio dello studio sia anche coinciso con una migliore compliance alla dieta durante il periodo di osservazione. È bene sottolineare comunque che tutti gli studi non calibrati primariamente sulla valutazione di un effetto specifico e che emergono da analisi post-hoc vanno presi con cautela, in quanto per loro natura intrinseca non rappresentano la migliore metodologia sperimentale.

 

 
2. J Pediatr Gastroenterol Nutr. 2017 

 IL PARTO CESAREO NON E’ ASSOCIATO CON LO SVILUPPO DI CELIACHIA: CONFERME DAL “TEDDY STUDY”
Koletzko S, Lee HS, Beyerlein A, Aronsson CA, Hummel M, Liu E, Simell V, Kurppa K, Lernmark Å, 
Hagopian W, Rewers M, She JX, Simell O, Toppari J, Ziegler  AG, Krischer J, Agardh D; TEDDY Study Group*.
 
L’impegno vaginale del feto è sempre da preferire quando non ci sono controindicazioni maggiori al parto naturale. 
Questo rappresenta infatti la modalità più fisiologica di parto e permette al neonato di acquisire la flora 
vaginale della madre, arricchendo così il suo microbiota intestinale. Alla luce di quest’ultima considerazione e sulla 
falsariga di dati epidemiologici riguardanti altre patologie autoimmuni, si era ipotizzato in precedenza 
che il parto cesareo potesse essere un fattore di rischio per lo sviluppo di celiachia.
Lo studio Teddy si è focalizzato sul rischio di sviluppare la celiachia nei primi anni di vita nei bambini con familiarità per diabete di tipo I.
Pubblicati ora i dati relativi alla modalità di parto ed il rischio di sviluppare la celiachia. 
Dalla coorte del TEDDY study, che comprendeva 343 nuove diagnosi di celiachia tra bambini nati tra il 2004 ed il 2010, 
non è stata riscontrata nessuna associazione tra il parto cesareo ed un maggiore rischio di sviluppare 
la celiachia, almeno nei primi anni di vita. 
 
 
 
3. Gut. 2017 

Tetramer test: un promettente metodo per ridurre i tempi diagnostici nei casi dubbi
Sarna VK, Skodje GI, Reims HM, Risnes L, Dahal-Koirala S, Sollid LM, Lundin KEA.
 
Purtroppo molto spesso la dieta senza glutine viene avviata prima di completare l’iter diagnostico. 
Ciò comporta un inevitabile ritardo diagnostico nonché stress e sfiducia nei confronti del sistema sanitario 
per i pazienti che incorrono in tale situazione. 
In questi casi è poi necessario riesporre i soggetti al glutine (challenge) per tempi più o meno variabili, 
con spesso la ricomparsa dei sintomi che - a seconda dei casi – possono essere più o meno severi.  
Uno studio norvegese ha valutato una metodica innovativa per individuare in tempi rapidi i soggetti celiaci in corso di challenge. 
Nello studio, 14 giorni di riesposizione al glutine sono risultati sufficienti ad indurre nei soggetti celiaci un’alterazione 
dei linfociti T del sangue periferico suggestiva della malattia. Dodici dei 15 partecipanti celiaci dello studio hanno manifestato in sesta giornata 
di riesposizione al glutine un particolare assetto delle molecole di superficie dei linfociti T: sulla superficie cellulare sono infatti comparse molecole 
capaci di legare gli HLA-DQ legati al glutine (“tetrameri HLA-DQ/glutine”). Un prelievo di sangue per lo studio dei linfociti T permetterebbe quindi 
i ridurre i tempi di riesposizione al glutine nei casi dubbi: attualmente sono necessarie settimane, talvolta anche mesi prima che si registrino dei dati 
di rilievo a supporto o ad esclusione della diagnosi. 
Se confermati in altri studi con casistiche di dimensioni maggiori, tale approccio potrebbe assistere validamente i clinici di tutto il mondo nel dirimere i dubbi 
diagnostici quando la dieta senza glutine è già stata avviata. 
 
 
 
4. J Pediatr Gastroenterol Nutr. 2017 

PROFILI EPIGENETICI: POSSIAMO PREDIRRE IN ANTICIPO CHI SVILUPPERA’ LA CELIACHIA?
Galatola M, Cielo D, Panico C, Stellato P, Malamisura B, Carbone L, Gianfrani  C, Troncone R, Greco L, Auricchio R.
 
Con il termine epigenetica si designano oggi i complessi processi biologici che modificano l’espressione e la trasmissibilità dei geni, 
senza alterare però la sequenza di DNA degli stessi.
I principali meccanismi epigenetici che regolano l’espressione dei geni sono delle modifiche chimiche a carico del DNA 
e delle proteine ad esso legate (iper/ipometilazione del DNA, acetilazione/de acetilazione delle proteine istoniche)
Uno studio campano ha sottolineato come alcune modificazioni epigenetiche a carico di 4 geni erano già presenti prima dello sviluppo 
di celiachia in alcuni bambini a rischio genetico di celiachia e che 
poi effettivamente l’avrebbero sviluppata.
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