Pubblicazioni scientifiche di rilievo aprile, maggio e giugno 20

1. Gastroenterology 2017 
QUANDO IL PERCORSO DIAGNOSTICO ARRIVA ALLA FRUTTA: NON SEMPRE È SENSIBILITA’ AL GLUTINE
Skodje GI, Sarna VK, Minelle IH, Rolfsen KL, Muir JG, Gibson PR, Veierød MB, Henriksen C, Lundin KEA.
 La gluten sensitivity (GS) o sensibilità al glutine non celiaca è un disturbo caratterizzato da una sintomatologia gastrointestinale aspecifica 
(gonfiore, diarrea, digestione difficoltosa, dolore addominale), cui si possono associare talvolta, cefalea, dolori muscolari ed articolari, eczema, sonnolenza,
difficoltà di concentrazione, stanchezza cronica, formicolii agli arti, depressione; tutti i soggetti con tale condizione beneficerebbero della dieta senza glutine,
e ripresentano la sintomatologia ogni volta che il glutine viene reintrodotto. Dal punto di vista anticorpale, i pazienti con GS sono sempre anti-transglutaminasi ed anti-endomisio negativi.
Ad ogni modo, la mancanza di un biomarcatore rende difficile identificare con certezza quali soggetti possano effettivamente essere inquadrati nell’ambito di tale disturbo.
Ciò avviene soprattutto perché possono esserci degli altri fattori individuali (intestino irritabile) e altri fattori alimentari confondenti, come ad esempio i fruttani
che sono delle molecole fermentanti e che sono contenute sia nei cereali che nella frutta. I fruttani possono dare una sintomatologia sovrapponibile alla sensibilità al glutine non celiaca.
Proprio a questo riguardo, uno studio norvegese ha provato a fare un po’ di chiarezza. Sono stati riesposti soggetti con presunta sensibilità al glutine non celiaca a dieta senza glutine e senza fruttani;
successivamente sono stati introdotti in cieco – ossia senza che i soggetti partecipanti avessero consapevolezza di cosa stessero assumendo –  i fruttani (2.1 gr), il glutine (5.7 gr)
ed il placebo sotto forma di compresse.
Dalle analisi è emerso che i sintomi evocati dalla ingestione di fruttani sono statisticamente più frequenti rispetto a quelli che si sono registrati in corso di assunzione di glutine o placebo.
I risultati dello studio ricalcano quelli di un precedente lavoro dello stesso gruppo: spesso sono quindi i fruttani (e non il glutine!) a provocare i sintomi in soggetti con presunta sensibilità al glutine non celiaca. Ciò rende ancora di più necessario l’identificazione di un biomarcatore che permetta di circoscrivere quali sono davvero i soggetti etichettabili come sensibili al glutine rispetto a quelli che hanno una sindrome dell’intestino irritabile che beneficia dell’eliminazione dietetica di un gruppo più esteso di alimenti (fruttani). A maggior ragione, è importante stressare la necessità di porre diagnosi di sensibilità al glutine non celiaca solo mediante riesposizione al glutine in cieco contro placebo (a dieta senza glutine, riesposizione in successione di compresse di placebo per una settimana e compresse di glutine per un'altra settimane; poi si farà un bilancio dei sintomi riportati eventualmente in un diario per stabilire il nesso di causa/effetto).

2. J Clin Lab Anal 2017 
 PERCHÈ GLI ANTICORPI POSSONO ESSERE IN QUALCHE CASO FALSAMENTE NEGATIVI? 
Wolf J, Haendel N, Remmler J, Kutzner CE, Kaiser T, Mothes T.
 Gli anticorpi anti-transglutaminasi IgA e gli anti-endomisio IgA sono marcatori sensibili e specifici di celiachia. Ad ogni modo, in alcuni casi la loro negatività 
può essere frutto di un artefatto di laboratorio se il campione inviato è emolizzato (ossia se il contenuto dei globuli rossi si è riversato al di fuori di essi rendendo
così il siero, la parte gialla e senza cellule del sangue, di colore rosato). Emolisi può derivare da difficoltà nel prelievo ed eccessivo ritardo o stress meccanici sul
campione prima dell’arrivo in laboratorio.
Un lavoro tedesco ha presentato come campioni positivi con bassi, intermedi ed alti valori di anticorpi anti-transglutaminasi vedevano ridotti i livelli di positività
di oltre il 10% se veniva aggiunto artificialmente il contenuto dei globuli rossi (anche in assenza di un cambiamento visibile del colore del campione di siero!).
Questo indica che un’emolisi non visibile ad occhio nudo può compromettere le determinazioni degli anticorpi, specie se già a livelli bassi.
Al di là delle ovvie raccomandazioni di gestione del campione di sangue nella fase pre-analitica (ovvero prelievo e trasporto), potrebbe essere utile la quantificazione
dell’indice di emolisi in laboratorio: tale strumento potrebbe essere un parametro in più in mano al clinico, utile soprattutto nei casi di positività borderline/celiachie
sieronegative in cui la diagnosi diventa più difficile.  
 3. BMC Gastroenterol 2017

L’ADESIONE ALL’ASSOCIAZIONE MIGLIORA L’ADESIONE ALLA DIETA

Hughey JJ, Ray BK, Lee AR, Voorhees KN, Kelly CP, Schuppan D.

Sappiamo che l’unica terapia per la celiachia è ad oggi la dieta senza glutine in modo rigoroso e per tutta la vita.
Tale intervento dietetico è sicuramente efficace nell’arrestare il processo immunitario che sostiene la celiachia, ma presenta
talvolta difficoltà -oggettive e/o più soggettive - in termini di adesione rigorosa.Uno studio statunitense ha documentato come
l’appartenenza ad uno gruppo di supporto dei pazienti (alias il corrispettivo americano dell’Associazione Celiachia in Italia)
si associa a controlli clinici più regolari e ad una migliore adesione alla dieta senza glutine.


4. J Dig Dis. 2018
LA PREVALENZA DI CELIACHIA TRA I PAZIENTI CINESI CON INTESTINO IRRITABILE
Kou G, Guo J, Zuo X, Li C, Liu C, Ji R, Liu H, Wang X, Li Y.
Pochi studi hanno segnalato la presenza di celiachia in Estremo Oriente. Uno studio cinese ha recentemente mostrato 
come - ricercando la celiachia tra 246 pazienti che soffrono di sindrome dell’intestino irritabile – sia stato possibile riscontrare una prevalenza di malattia del 4%.
Lo studio, condotto nel Nord della Cina, sottolinea come la celiachia rappresenti un problema a livello globale, senza confini geografici.
Un altro colpo è stato quindi inflitto al vecchio paradigma, ormai superato, della celiachia come condizione tipica delle etnie europee o mediorientali.  
 5. Gastroenterology  2018 
 IL CONSUMO DI FIBRE AI 12 MESI DI VITA POTREBBE RIDURRE IL RISCHIO DI SVILUPPARE CELIACHIA
Barroso M, Beth SA, Voortman T, Jaddoe VWV, van Zelm MC, Moll HA, Kiefte-de Jong JC.
Nonostante i numerosi studi condotti sull’argomento, come l’alimentazione infantile nei primi anni di vita influisca sul successivo 
rischio di sviluppare celiachia rimane ancora poco conosciuto. Uno studio olandese ha di recente valutato qual è il contributo di diversi
schemi di alimentazione infantile nello sviluppo di celiachia.  Sono stati incrociati i dati di provenienti da due registri diversi:
1) quello di 1997 bambini nati tra il 2002 ed il 2006 di cui erano state studiate le abitudini alimentari ai 12 mesi di vita;
2) il registro delle diagnosi di celiachia nella stessa popolazione. Dalle analisi si è potuto riconoscere come vi fosse un minor consumo di fibra
ed oli vegetali ed un maggiore consumo di cereali raffinati e bevande zuccherate tra i bambini che hanno successivamente
ricevuto una diagnosi di celiachia entro i 6 anni di vita. Il presente lavoro è il primo ad indicare come uno specifico schema alimentare a
12 mesi di vita (poche fibre e pochi oli vegetali, molti cereali raffinati e molte bevande zuccherate) possa aumentare il rischio successivo di celiachia.
Ci sono implicazioni anche del microbiota, ovvero la flora batterica, dell’intestino? Probabilmente sì, considerando che le fibre alimentari fungono da prebiotici,
ossia nutrienti non calorici che vanno a sostenere la crescita di specie batteriche buone nel nostro intestino e regolarizzano il transito delle feci.
Nuove risposte a questa domanda potranno comunque emergere dagli studi di coorte che valutino contestualmente le abitudini alimentari e le modifiche del microbiota.
 6. Microbiome 2018 
 LO SVILUPPO DEL MICROBIOTA INTESTINALE NEL PRIMO ANNO DI VITA ED IL SUCCESSIVO RISCHIO DI CELIACHIA: DATI SPAGNOLI 
Olivares M, Walker AW, Capilla A, Benítez-Páez A, Palau F, Parkhill J, Castillejo G, Sanz Y.
Il microbiota intestinale (definito un tempo come flora batterica) è l’insieme di tutti i microrganismi presenti nel nostro intestino. 
Esso contribuisce a regolare diverse funzioni metaboliche (ad esempio la sintesi di vitamina K) ed immunitarie. La medicina moderna
lo considera il target di terapie personalizzate e strategie di prevenzione primaria per molte malattie multifattoriali. 
Alterazioni del microbiota, comunemente chiamate disbiosi, sono state imputate nello sviluppo di diverse condizioni, celiachia compresa.
Durante i primi mesi di vita il microbiota intestinale evolve progressivamente fino ad acquisire, già all’età di un anno, tutte le caratteristiche
tipiche del soggetto adulto (in quanto a varietà e numero di specie batteriche rappresentate).
Una cordata di ricercatori spagnoli e americani ha recentemente “fotografato” il microbiota delle feci di bambini a rischio genetico di celiachia
a 4 e 6 mesi di vita, con lo scopo di carpirne eventuali modificazioni precoci possibilmente associate alla celiachia.
Oggetto delle analisi sono stati 10 bambini che successivamente hanno sviluppato la celiachia e 10 bambini a rischio
genetico che non avevano invece sviluppato la malattia dopo 5 anni di follow-up. Dalle analisi si è messo in luce che i
bambini che non avrebbero sviluppato la celiachia possedevano più batteri della famiglia Firmicutes ma anche della specie Bifidobacterium
longum rispetto a quelli che invece sarebbero diventati celiaci nei primi 5 anni.
 Il riscontro di alterate traiettorie nello sviluppo del microbiota potrebbe spiegare la successiva perdita di tolleranza immunitaria nei confronti del glutine.
Ad ogni modo, ulteriori studi con maggiori casistiche sono necessari prima di speculare sui primi eventi alla base dello sviluppo della celiachia e su eventuali
opportunità di prevenzione mediante probiotici specifici. A questo riguardo è importante sottolineare che è in corso in Italia, in USA ed in Spagna uno studio
su 350 neonati a rischio genetico di celiachia (cioè con almeno un familiare di primo grado celiaco).
Questo importante progetto, denominato CDGEMM e coordinato dall’Università di Harvard di Boston, potrà eventualmente confermare,
confutare o ampliare i dati che sono emersi dal lavoro qui recensito. In Italia la partecipazione a CDGEMM è ancora aperta.
Maggiori informazioni sono disponibili online sul sito web specifico e sulla pagina facebook “cdgemmitalia”

7. Scand J Gastroenterol 2018 
 LO SVILUPPO DEL MICROBIOTA INTESTINALE NEL PRIMO ANNO DI VITA ED IL SUCCESSIVO RISCHIO DI CELIACHIA: DATI FINLANDESI 
Rintala A, Riikonen I, Toivonen A, Pietilä S, Munukka E, Pursiheimo JP, Elo LL, Arikoski P, Luopajärvi K, Schwab U, Uusitupa M, Heinonen S, Savilahti E, Eerola E, Ilonen J.
Anche uno studio finlandese si inserisce nel filone delle alterazioni precoci del microbiota intestinale nella celiachia. Questa volta sono stati analizzati i campioni fecali raccolti
a 9 e a 12 mesi appartenenti a 27 bambini ad alto rischio genetico per celiachia: dopo 4 anni di monitoraggio, 9 di questi 27 bambini avevano presentato la celiachia.
I dati finlandesi - seppur diversi per tempistiche di raccolta e per la popolazione specifica - sono in contraddizione con i dati descritti sopra dello studio spagnolo.
Nella coorte nordeuropea, infatti, nei due gruppi non si sono riscontrate differenze significative del microbiota a 9 e 12 mesi (celiaci rispetto ai non-celiaci).
A maggior ragione, quindi, è importante attendere i dati provenienti da altre ricerche su questo topic, su popolazioni internazionali, di dimensioni maggiori
e con maggiori tempistiche per la raccolta dei campioni fecali.
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