Digestive Disease Week (DDW) 2011, Chicago 7-10 maggio '11: quali novità sulla celiachia?

(testo a cura del Dr. Francesco Valitutti*, con la collaborazione del Prof. Gino Roberto Corazza**)

* Segreteria Scientifica Fondazione Celiachia; UOC Gastroenterologia ed Epatologia Pediatrica, Dipartiimento di Pediatria, Sapienza Università di Roma; 

** Presidente Comitato Scientifico Nazionale Fondazione Celiachia; Dipartimento di Medicina Interna, IRCCS San Matteo, Università di Pavia

 

Si è tenuta a Chicago dal 7 al 10 maggio, la Digestive Disease Week (settimana delle malattie del tratto digerente),  l’imponente  congresso congiunto delle società americane di gastroenterologia, epatologia, endoscopia digestiva e chirurgia dell’apparato digerente.

Nel corso dell’evento, che ha raccolto ben 16.000 medici e ricercatori provenienti da tutto il mondo, si sono discusse le ultime novità della ricerca clinica e di base sulle malattie del tratto digerente e del fegato. Ogni argomento è stato ampiamente trattato grazie alle molteplici sessioni in parallelo che hanno occupato, dall’alba al tramonto, le giornate dei partecipanti.

Ampio spazio è stato ovviamente dedicato alla celiachia, con simposi tematici, forum di ricerca e presentazioni di poster in ciascuna giornata.

 

Resoconto della prima giornata: sabato 7 maggio

-Research Forum sulla CELIACHIA REFRATTARIA*

*CELIACHIA REFRATTARIA: per celiachia refrattaria si intende una celiachia non trattata di lunga data in cui persistono il danno intestinale ed il malassorbimento, nonostante diversi mesi di dieta rigorosa; tale condizione, sebbene rara, richiede in primis  un’attenta diagnosi differenziale con le più comuni cause di non completa responsività alla dieta (errori nella dieta, coesistenza di una sindrome dell’intestino irritabile). È bene ricordare, comunque, che alcuni pazienti richiedono più tempo affinché si ripristino le funzioni assorbitive, e pertanto non si devono superficialmente etichettare come refrattari. 

La  celiachia refrattaria rappresenta una temibile complicanza della celiachia non diagnosticata, di cui si distinguono due varianti cliniche: il tipo I e il tipo II. Nel tipo I, alla biopsia intestinale i linfociti infiltrati in mucosa sono normali, mentre nel tipo II si assiste all’espansione clonale –cioè a partire dalla stessa cellula- di linfociti anormali, ad elevato rischio di degenerazione neoplastica (linfoma intestinale a cellule T).

 

Alla DDW i lavori sulla celiachia si sono aperti nella mattinata di sabato con un forum di ricerca sulla celiachia refrattaria e sulle altre complicanze della celiachia non diagnosticata.

Nella prima relazione, il gruppo newyorkese di Peter Green della Columbia University ha presentato i dati relativi ad un studio retrospettivo da loro condotto sul rischio di malattie linfoproliferative (linfoma intestinale a cellule T, linfoma di Hodgkin, altri linfomi non-Hodgkin, leucemia linfoide cronica) nei celiaci adulti: dalla loro analisi, su 1281 celiaci diagnosticati dal 1980 fino ad oggi è emerso che il rischio di sviluppare malattie linfoproliferative, in particolare il linfoma intestinale a cellule T, risulta leggermente aumentato nei pazienti che ricevono la diagnosi tardivamente (dopo i cinquant’anni d’età), sebbene tali malattie rimangano comunque molto rare.

   A seguire è stato descritto una ricerca della facoltà di Medicina di Harvard in cui sono state prese in considerazione tutte le altre condizioni patologiche con appiattimento della mucosa intestinale che possono mimare la celiachia: su una casistica di 30 individui con atrofia dei villi, sia con anticorpi che con test genetico negativi per celiachia, sono state identificate le seguenti cause (in ordine di frequenza): enteropatia post-enterite virale, gastroenterite eosinofila, immunodeficienza comune variabile,  ipogammaglubilinemia, sindrome dell’intestino infetto (bacterial overgrowth), allergia alimentare, enteropatia autoimmune, danno intestinale da farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS), malattia di Crohn, sprue tropicale.  Gli autori dello studio hanno quindi suggerito che nei casi dubbi la riconsiderazione della diagnosi non può prescindere dalla revisione dei vetrini da parte di un altro anatomopatologo esperto e dalla ripetizione della biopsia intestinale.

      Il gruppo olandese del Prof. Mulder ha poi discusso uno studio in cui è stato valutato il ruolo della video capsula -piccola sonda ingeribile dotata di telecamera-  nell’approccio alla celiachia refrattaria: nonostante tale metodica non permetta la distinzione tra la malattia refrattaria di tipo I e quella di tipo II, i gastroenterologi olandesi hanno potuto identificare aspetti suggestivi della forma refrattaria di tipo II, quali la presenza di lesioni eritematose nei primi tratti del piccolo intestino e la mancata progressione della video capsula nel distretto distale.

    E’ stata poi la volta del Dr. J.M. Basile, gastroenterologo dell’Università della Virginia, che ha portato i dati di uno studio sulla celiachia non responsiva alla dieta senza glutine e sulla celiachia refrattaria. Ai fini della ricerca, sono stati definiti come pazienti non responsivi alla dieta coloro che, dopo sei mesi dall’esclusione del glutine, continuavano a presentare sintomi e segni (perdita di peso, diarrea, dolori addominali) oppure alterazioni di laboratorio (anti-transglutaminasi superiori ai valori di riferimento, transaminasi elevate, anemia). Su 272 pazienti adulti seguiti presso il centro della Virginia, 97 rientravano tra i non responsivi alla dieta; ad ogni modo, dall’attenta revisione di tale casistica, emergeva che le cause di non responsività erano: non-compliance dietetica (32%), sindrome dell’intestino irritabile (21%), colite microscopica (10%), gastroparesi (5%), sindrome dell’intestino infetto (4%), insufficienza pancreatica (3%). Nella casistica dell’Università della Virginia, la celiachia refrattaria rappresentava quindi solo il 13% dei pazienti non responsivi alla dieta. Da questo studio emerge come sia relativamente frequente (almeno negli Stati Uniti) riscontrare celiaci adulti che non rispondono alla dieta; tuttavia, è da notare la maggior parte dei casi di non-responsività siano imputabili alla scarsa adesione dietetica. In alcuni casi, la persistenza dei disturbi gastrointestinali nonostante la dieta può essere dovuta ad altre condizioni indipendenti dalla celiachia e dal glutine. “È necessario”-conclude Basile- “approfondire con ulteriori studi il problema della celiachia non responsiva al fine di permetterne il più corretto inquadramento diagnostico e terapeutico”.

   L’origine dei linfociti T aberranti nella celiachia refrattaria di tipo II è stato infine l’ultimo topic della mattinata di sabato. Il Dr. Van Wanrooij dell’Università di Amsterdam ha approfondito gli aspetti molecolari e cellulari delle cellule T anomale della forma refrattaria, sottolineando come esse siano chiaramente dotate di  “citotossicità” (ossia in grado di ledere le altre cellule) e di alterazioni genetiche che contribuiscono all’instabilità del DNA, con conseguente rischio di trasformazione neoplastica. 

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